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and your mind is dear.
15.3.12
14.3.12
Alessandro Piccolomini
De le stelle fisse, Venezia
Il De le stelle fisse di Alessandro Piccolomini viene stampato per la prima volta a Venezia nel 1540.
Il volume si presenta come una vera guida al riconoscimento delle stelle nel cielo notturno: le quarantasette tavole riportano le costellazioni senza preoccupazioni artistiche, scompare il disegno tradizionale a vantaggio della precisione con la quale vengono collocate le stelle, divise in quattro grandezze e denominate con lettere dell'alfabeto latino in progressione, a partire dalla stella più luminosa. Le tavole sono completate da una scala graduata, non sempre uguale e dall'indicazione di dove si trova il polo nord, in modo tale che, guardando verso sud e posizionando il libro verso il cielo, la costellazione nel cielo reale e quella della tavola coincidono.
Le tavole sono precedute da una sezione dove ogni costellazione viene brevemente descritta elencandone le stelle, la loro posizione e i più importanti riferimenti mitologici.
Concludono il volume le tavole altazimutali dove, per le stelle più luminose, vengono riportate le coordinate celesti, mese per mese e per tutto l'arco della notte. L'ultima sezione indica "con qual grado del zodiaco naschino et tramontino, le principali stelle del cielo".
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12.3.12
verbale scritto
“Conoscere i bambini è come conoscere i gatti. Chi non ama i gatti non ama i bambini e non li capisce. C’è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di cicci e di cocco e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri”.
Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.
Piero Angela ha detto un giorno è difficile essere facili. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare.
Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare per togliere, senza rovinare la scultura?
Togliere invece che aggiungere potrebbe essere la regola anche per la comunicazione visiva a due dimensioni come il disegno e la pittura, a tre come la scultura o l'architettura, a quattro dimensioni come il cinema.
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. Questo processo porta fuori dal tempo e dalle mode, il teorema di Pitagora ha una data di nascita, ma per la sua essenzialità è fuori dal tempo. Potrebbe essere complicato aggiungendogli fronzoli non essenziali secondo la moda del momento, ma questo non ha alcun senso secondo i principi della comunicazione visiva relativa al fenomeno.
Eppure la gente quando si trova di fronte a certe espressioni di semplicità o di essenzialità dice inevitabilmente questo lo so fare anch’io, intendendo di non dare valore alle cose semplici perché a quel punto diventano quasi ovvie.
In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.
Come il giorno e la notte
la regola e il caso sono due contrari
come la luce e il buio
come il rosso e il verde
come il caldo e il freddo
come l’umido e il secco
come il maschile e il femminile.
La regola dà sicurezza,
la geometria ci aiuta a conoscere le strutture
o a costruire un mondo nel quale
ci possiamo muovere senza paure.
Il caso è l’imprevisto
a volte terribile
a volte piacevole
l’incontro con una persona
con la quale si stabilisce subito
un contatto di simpatia o di amore,
l’esplosione di una idea risolutrice
la scoperta di un fenomeno.
La regola nasce dalla mente
si costruisce con la logica
tutto è previsto
con la regola si può pianificare un programma.
Il caso nasce dal clima
dalle condizioni ambientali, sociali,
geografiche, dai recettori sensoriali.
Un odore di eucaliptus
la forma di un sasso
il ritmo delle onde del mare...
La regola, da sola è monotona
il caso da solo rende inquieti.
Gli orientali dicono:
La perfezione è bella ma è stupida
bisogna conoscerla ma romperla.
La combinazione tra regola e caso
è la vita, è l’arte
è la fantasia, è l’equilibrio.
(Bruno Munari, Verbale scritto)
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11.3.12
10.3.12
9.3.12
le muse
Le muse (in greco: Μοῦσαι, -ῶν; in latino: Mūsae, -ārum) sono divinità della religione greca, figlie di Zeus e di Mnemosýne (la "Memoria") la loro guida è Apollo. L'importanza delle muse nella religione greca era elevata: esse infatti rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" ovvero l'"eterna magnificenza del divino".
Clio, colei che rende celebri, era l'ispiratrice della storia e veniva rappresentata con un rotolo di carta in mano.
Euterpe, colei che rallegra, proteggeva la musica della poesia lirica e aveva in mano un flauto.
Talìa, festiva, presiedeva la commedia, la poesia giocosa e l'idillio ed era rappresentata con una maschera comica in una mano e nell'altra un bastone da pastore, in testa aveva una corona di edere.
Melpòmene, colei che canta, era la musa della tragedia, portava una maschera tragica, la clava di Ercole e una spada, la sua testa era coronata da pampini e calzava i coturni.
Tersicòre, che si diletta nella danza, era la musa della danza e della poesia corale, aveva in mano una lira e il plettro e sul capo una ghirlanda di fiori.
Eràto, che provoca desiderio, era la musa della poesia lirica, soprattutto quella dell'amore, e della mimica e aveva il capo coronato da mirti e rose.
Polimnìa, dai molti inni, era la musa degli inni civili e religiosi e dell'oratoria.
Callìope, dalla bella voce, la musa della poesia epica, a cui è attribuito lo stilo e una tavoletta spalmata di cera.
Urània, la celeste, era la musa dell'astronomia e aveva in mano il mappamondo e un compasso.
Le Muse erano invocate specialmente dai poeti come ispiratrici delle lore opere. Chiunque osasse offenderle veniva severamente punito, come le figlie di Pierio, re della Tessaglia, che avevano voluto rivaleggiare con loro nel canto e furono mutate in uno stormo di rauche gazze. Oltre al Parnaso, le Muse frequentavano anche altri luoghi: il monte Pindo, il monte Elicona. Gli alberi a loro consacrati erano l'alloro e le palme e avevano a loro servizio Pègaso, il cavallo alato.
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8.3.12
Françoise Gilot
Picasso e Françoise
"compagna e musa"
Françoise e Claude
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7.3.12
6.3.12
5.3.12
4.3.12
3.3.12
2.3.12
1.3.12
Il manifesto degli ingenui.
“Viviamo in tempi difficili”, dice il realista.
“Il mondo va a rotoli”, dice il catastrofista.
“Non esistono più amicizie disinteressate”, dice lo scoraggiato.
“Ognuno pensa al proprio tornaconto”, dice il vittimista.
“C’ero prima io!”, dice l’egoista.
“E’ la legge del più forte”, dice il cinico.
“Si respira un’aria pesante”, dice l’eco-scettico
“Un futuro migliore è una favola a cui non crede più nessuno”, dice il disilluso.
“Buongiorno a tutti”, dice l’ingenuo.
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Buongiorno, siamo gli ingenui.
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Buongiorno, siamo gli ingenui.
Quelli che credono a tutto, perché pensiamo che solo a chi crede che tutto può succedere – tutto succede.
Siamo quelli che si svegliano la mattina convinti che sarà una bella giornata e se qualcuno o qualcosa la rende storta, ci rimbocchiamo le maniche e costruiamo un Coso-Raddrizza-Giornate.
Siamo quelli che si divertono ad essere allegri. Quelli che per non perdere l’animo non si allontanano dall’essenza della propria anima. Quelli che sono ancora capaci di ridersi addosso e che vanno orgogliosi della loro collezione di sbagli. Quelli che nelle discussioni ai perché sì, preferiscono i perché no? Quelli che non si fanno pagare quello che non gli costa niente.
Non dobbiamo andare a dormire per sognare e ai porti sicuri preferiamo i sentieri sconosciuti.
Ci siamo nati così. E così vogliamo restare. Almeno un po’. Perché perdere del tutto la nostra ingenuità significherebbe perdere del tutto anche la nostra umanità, la nostra natura e la nostra libertà di essere noi stessi; significherebbe dover rinunciare a provare affetto per gli altri senza aspettarsi un ritorno, a poter commuoverci senza vergognarci, alla capacità di fare un regalo a noi stessi senza rovinarci la sorpresa.
Siamo ingenui, non sprovveduti.
Anche noi, come tutti, abbiamo l’ambizione di arrivare lontano, ma non abbiamo fretta, non sgomitiamo, non facciamo finta di essere chi non siamo. Se lo facessimo, forse, come ci suggeriscono gli arrivisti, potremmo avere tutto, ma non saremmo più noi. E per noi sarebbe come non essere mai partiti.
Ci teniamo a fare le cose per bene. Abbiamo cura dei nostri valori. Investiamo tutto quello che abbiamo messo da parte in coraggio e curiosità.
Consideriamo l’attenzione per gli altri una virtù e la gentilezza, la forma più semplice di espressione di tale virtù. Misuriamo la bellezza delle nostre idee, con la capacità di quelle idee di generare altra bellezza.
Saremo ingenui a pensarlo, ma di questi tempi disillusionati – dove a vincere è la cultura del sospetto e della paura, dove dominano l’apparenza e l’ipocrisia – siamo convinti che il mondo abbia bisogno piu’ che mai di noi.
Pazienza se ci faranno sentire anacronistici e naif.
Non importa se i prepotenti ci scavalcheranno e se i cinici ci prenderanno in giro; se i furbi ci useranno e gli egocentrici ci faranno sentire meno importanti di loro.
Ci sarà anche qualche spiritoso che ci dirà: guarda c’è un asino che vola! E noi guarderemo in su. Non per la speranza di vedere qualcosa, ma semplicemente per non perdere l’abitudine a dare una possibilità a tutto e a tutti.
Noi siamo gli ingenui.
Sì, quelli della gens degli Ingegnosi, parenti stretti dei Geniali e degli Innovatori.
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